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Forum sociale mediterraneo: il primo seminario Anna Schiavoni 16 giugno 2005 L'avvio del Primo social forum mediterraneo, a Barcellona, non prevede cerimonie di apertura. Si comincia subito con le discussioni e i seminari, naturalmente ancora poco affollati. I seminari saranno oltre 200, dal conflitto in Medio Oriente alla direttiva Bolkstein, dalla guerra in Iraq ai diritti delle donne in Algeria, dalla libertà di stampa al ruolo dei movimenti: Ancora nulla sui numeri ufficiali, si conosceranno nelle prossime ore. Probabilmente solo la metà dei 350 delegati del Marocco riuscirà ad arrivare a Barcellona mentre un rappresentante della Siria, il professore universitario Sadamah Kaileh che doveva partecipare a una conferenza sabato, è stato trattenuto nel suo paese dalla polizia. E ancora: uno dei 60 delegati dalla Palestina è stato arrestato tre giorni fa mentre la delegazione giordana è stata ridotta da 25 a 15 persone. Il primo incontro che abbiamo seguito centra uno dei problemi cruciali nell'area mediterranea, quello sul rapporto tra religione, cultura, politica e conflitti. "Lo stato non è una necessità religiosa, ma della società: non può quindi essere l'Islam a legittimare il potere statuale". E' una delle più interessanti affermazioni uscite dal dibattito sulle proposte, progetti e alternative dei movimenti sociali del Mediterraneo. Si è trattato in realtà di un dibattito tutto maghrebino, tra marocchini e tunisini. Tutti - esponenti non di movimenti religiosi ma di "movimenti sociali con una lettura dell'Islam" - d'accordo sul fatto che bisogna "liberare l'Islam dall'interpretazione liberale che ne fa un contesto necessariamente oppressivo", ma d'accordo anche che non si può rifiutare in blocco tutto l'Occidente, prima di tutto perché non e uno solo, ma tanti, e poi perché esprime si colonialismo, ma anche umanesimo: basta guardare all'ampiezza dei movimenti pacifisti in Europa. Di cause del fiorire dei movimenti islamici ne sono state citate tante, dalla modernizzazione imposta dall'alto alle continue crisi economiche che spingono a cercare di difendersi arroccandosi nella valorizzazione delle proprie radici, fino alle "manovre dall'estero", e si intende soprattutto [senza citarla] l'Arabia Saudita. Tutti d'accordo anche sul fatto che la lettura del Corano sia influenzata sempre dal contesto sociale e che occorra quindi "liberare i musulmani dalla lettura autoritaria del Corano", perché "la libertà è anche libertà di scegliere la religione, e quindi viene prima di essa". Ma il vero punto oscuro è la questione femminile: non a caso quasi tutti i movimenti islamici hanno un rapporto diffiicile con i movimenti di base proprio sulla questione dei diritti della persona, che vuol dire diritti della donna. E qui le posizioni sono meno nette: se si parla di uguaglianza come principio secondo solo alla libertà, il terzo è pero quello della "equità tra persone e gruppi" (ma i diritti sono uguali o equi?) e al quarto è collocata la democrazia. L'Islam politico dunque esiste e rivendica, tra le altre cose, il pluralismo: starà anche alle donne musulmane esercitarlo.



Salviamo i beni comuni [Anna Schiavoni, Carta] Seminario "Diritti dei lavoratori, diritti sociali, forma urbana e globalizzazione della citta nella dimensione dell'economia globale" promosso da Camere del lavoro, Comisiones obreras, Rete del nuovo municipio, Carta e El Viejo topo "Siamo lavoratori sempre, non solo quando lavoriamo, ma anche quando viviamo e i sindacati dovrebbero difenderci sempre, non solo 40 ore alla settimana. Ma se ne sono dimenticati e per questo non hanno il progetto di societa che e indispensabile per combattere il neoliberismo. Per fortuna c'e la resistenza di base". In modo estremamente diretto, Gemma Galdon, di El viejo topo, coglie allo stesso tempo il problema e l'opportunita della difficile contaminazione tra sindacati, movimenti di base e politica tradizionale. A Barcellona, a rendere anche aspro il confronto e il problema dei prezzi degli affitti, che hanno avuto un'impennata del 15 per cento in un anno. In Italia, esperienze come quella di Sanremo raccontata da Claudio Porchia della Cgil di Imperia, sono allarmanti. Il ricchissimo comune ligure e stato conquistato, dopo molti anni, dal centrosinsitra, ma il livello di partecipazione, anziche crescere e diminuito: prima, i sindacati ricevevavo il piano regolatore solo dopo che questo era stato approvato, ora non lo ricevono affatto. Ma non c'e solo l'essere contro, come ha detto Alberto Tarozzi della Rete del nuovo municipio, dobbiamo sviluppare la casistica del "proporre invece". Oltre a dire che siamo contro la guerra, per dirne una, dobbiamo sviluppare strategie di risparmio energetico. Le esperienze delle Camere del lavoro sono tante, dall'Emilia al Lazio alla Liguria, e tutte hanno dovuto prima o poi confrontarsi con qualche amminsitratore locale che diceva "si, e una bella idea, ma con i pochi soldi che abbiamo abbiamo altre priorita". E quello che fa la differenza e riuscire a spiegare che non si tratta di priorita "altre", ma di un diverso modo di usare le risorse, che in genere contribuisce anche a risparmiarle, quando non ad aumentarle. E il caso delle "innovazioni di sistema" come le chiama Cesare Melloni della Camera del lavoro di Bologna, per la gestione dell'acqua, dell'energia, dei rifiuti, unica strategia vincente contro la privatizzazione dei beni comuni. Questo e possibile pero solo se le varie piattaforme sono tra loro coerenti e convergenti, sulla base di un dialogo continuo tra sindacati, movimenti e culture. Perché è vero che bisogna partire dal locale per allargare la democrazia e dare forma alla voglia di cittadinanza, ma facendo ben attenzione a non cadere nel localismo, che e escludente anziche includente e individualista anziche solidale.




Bove al Forum: "Le cose vanno malissimo" Jose Bove è interventuro al seminario sulle strategie per la sicurezza alimentare nel Mediterraneo. Così ha concluso il suo intervento: "Basta piangerci addosso, le cose vanno malissimo, è vero, ma ci vuole speranza. Avere speranza significa qauttro cose: chiedere che la sovranita alimentare entri a pieno titolo nella Carta dei diritti umani delle Nazioni unite; istituire il Tribunale e conomico internazionale (come si e fatto per il tribunale penale) per sanzionare le violazioni dei diritti economici dei popoli; chiedere che l'agricoltura sia fuori dalla Wto, perche l'80 della produzione agricola e per autoconsumo e non ha quindi senso una sua regolazione commerciale; infine, rafforzare l'alleanza tra agricoltori e movimenti sociali. Globalizziamo la lotta per globalizzare la storia".


L'acqua piovana è di tutti [Anna Schiavoni] Cinque litri di acqua al giorno. Tanto devono farsi bastare i saharaui che vivono negli accampamenti intorno all'oasi di Tindouf, in quel "deserto del deserto" dove mai nessuno si era insediato stabilmente. L'acqua viene prelevata da pozzi lontani e portata negli accampamenti con camion cisterna, quella che arriva e quindi poca, in cattive condizioni ed a un prezzo esorbitante: la benzina costa e costano moltissimo le molte riparazioni di cui i camion hanno bisogno, perche le piste sono pessime. Inevitabile, perche nel deserto non c'e acqua per definizione? E invece no, le falde ci sono, e sono pure abbondanti e neanche troppo profonde: si puo trovare acqua dai 3-4 metri di profondita ai 30-40. Basta scavare i pozzi come si deve e posare pochi chilometri di tubature. Ma qui sorge il problema. I rifugiati saharaui sono assistiti dalle organizzazioni umanitarie delle Nazioni unite [Acnur] e dell'Unione europea [Echo] e per loro i rifugiati sono persone che si trovano temporanemente in un luogo, che si facciano opere permanenti non e quindi previsto dalle procedure. È stato proprio l'estenuante iter burocratico che questo problema ha comportato, come ha spiegato Jorge Molinero di Ingenieros sin fronteras, il vero ostacolo all'erogazione di acqua potabile negli accampamenti saharaui, non le difficolta tecniche, gestite senza difficolta. Ci sono voluti tre anni, ma oggi i saharaui hanno dai 15 ai 20 litri a persona al giorno, lontani dalla media spagnola [300], ma fuori dell'emergenza. I problemi in realta non sono finiti li, come fa notare un cooperante italiano che conosce bene la regione: gli stessi saharaui avevano fatto, e fanno resistenza, perche per loro e un punto politico molto importante rifiutare la sedentarizzazione permanente in Algeria e mantenere il proprio diritto al ritorno. Un altro diritto al ritorno e conidizionato dalla disponibilita di acqua: quello dei palestinesi che, come fa notare Saleh Alrabi, non hanno diritto di conservare neppure l'acqua piovana, "come se anche il cielo apaprtenesse a loro", e quindi non potrebbero mai accogliere i profughi che dovessere teoricamente tornare se mai si applicasse la Road map. Non solo gli isareliani hanno deviato a loro favore tutta l'acqua del Giordano, ma hanno costruito 144 pozzi intorno a Gaza per captare le acque di quel bacino e salinizzare quelle rimaste ai palestinesi. Anche il tracciato del muro non e affatto casuale rispetto ai bacini idrografici. Queste testimonianze hanno reso del tutto concreto e specifico il dibattitto sull'acqua introdotto da Riccardo Petrella, che non ha risparmiato critiche all'Ue e alla sua "cooperazione tecnica da forti a deboli", ma neppure ai paesi della riva Sud, che nella migliore delle ipotesi hanno una strategia unicamente nazionale, nella peggiore tendono a fughe in avanti dalle conseguenze ambientali piu che dubbie, come quella della Libia con l'acqua "fossile" o quella dell'Egitto con la desalinizzazione. Strategia di cittadinanza, comunita dell'acqua, valorizzazione della comune cultura dell'acqua dei popoli del Mediterraneo sono invece le vie di uscita possibili, realiste e giuste.






URGENTISSIMO

ANCORA UNA VIOLAZIONE DEL DIRITTO DI ASILO DA PARTE DELL'ITALIA

Una nave tedesca è ferma in queste ore in acque internazionali davanti all'isola
di Malta.
A bordo si trovano profughi curdi, tra cui due minorenni. Si tratta delle
stesse persone sorprese in un container nel porto di Gioia Tauro, in Calabria,
pochi giorni fa, e fatti imbarcare dalla polizia italiana sulla stessa nave
con la quele erano arrivati, dopo che agli stessi profughi era stato impedito
di presentare la domanda di asilo.


La nave è poi ripartita verso Malta, ma anche le autorità maltesi hanno
impedito lo sbarco, la formalizzazione di una richiesta di asilo, e non
hanno applicato la convenzione di Dublino che almeno imporrebbe l'invio
dei profughi di nuovo verso l'Italia, primo paese di ingresso nell'Unione
Europea. Per effetto delle decisioni dei governi italiani e maltesi i profughi
curdi rischiano adesso di essere rimpatriati dalla stessa nave con la quale
erano partiti, verso un porto della Turchia dove troveranno la polizia ad
attenderli.

Quanto sta succedendo è ancora più grave della vicenda Cap Anamur e dei
rimpatri effettuati da Lampedusa verso la Libia e costituisce un ennesima
prova di forza del governo italiano ormai assuefatto a violare le leggi
e le convenzioni internazionali, oltre che la Costituzione italiana. Il
governo italiano è direttamente responsabile della vita dei profughi curdi
che si trovano in questo momento sulla nave in procinto di ripartire da
Malta per la Turchia.


Il governo italiano , attraverso la utilizzazione
surrettizia dell'istituto del respingimento, sta violando l'art. 3 della
Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell'uomo, l'art. 19 del
T.U. sull'immigrazione che vieta il respingimento e l'espulsione di minori,
l'art. 10 della Costituzione italiana che riconosce l'asilo umanitario,
e la Convenzione di Ginevra che impone un esame individuale delle domande
di asilo non manifestamente infondate.


Ci sarà tempo per fare pagare il prezzo più alto in sede politica e giudiziaria
ai responsabili di queste scelte politiche che vorrebbe produrre un effetto
dissuasivo nei confronti di disperati alla ricerca di salvezza, in fuga
da governi che praticano ogni forma di violazione dei diritti umani e da
persecuzioni etniche ormai diffuse in tutte le regioni del mondo interessate
dalla guerra permanente al terrorismo.

Oggi, in queste ore, è importante fare il massimo sforzo per impedire che
questo ennesimo abuso venga compiuto con la riconsegna dei profughi curdi
alla polizia turca.
Invitiamo i parlamentari europei ed italiani a recarsi a Malta per ottenere
che i profughi vengano fatti sbarcare per essere trasferiti in Italia dove
in base alla Convenzione di Dublino le autorità italiane dovranno ricevere
ed esaminare la loro domanda di asilo.


Chiediamo a tutti quanti possono di manifestare davanti alle rappresentanze
consolari e diplomatiche maltesi in Italia per impedire che le autoritÃ
maltesi facciano ripartire la nave con il carico di profughi verso un porto
turco.


Chiediamo alle associazioni di avvocati e di magistrati, oltre che ai parlamentari
nazionali ed europei di presentare denunce contro l'Italia alla Corte Europea
dei diritti dell'uomo di Strasburgo per ottenere un intervento della Corte
ai sensi dello'art. 39 del regolamento della stessa corte, in modo da impedire
la partenza della nave da Malta verso la Libia.


Chiediamo ai mezzi di informazione di fare luce su questa vicenda, che conferma
la volontà di alcuni governi europei, come quello italiano e maltese, che
non riuscendo a trovare consensi sulle loro politiche di espulsione, si
comportano come credono, sicuri dell'impunità garantita anche dal silenzio
dei media, infrangendo le regole del diritto interno e del diritto internazionale.
Chiediamo a tutte le agenzie umanitarie ed alle associazioni di mobilitarsi
contro la pratica ormai abituale del governo italiano di praticare respingimenti
collettivi sottratti al controllo della autorità giudiziaria.

Si allega un comunicato di denuncia dell'Alto commissariato delle Nazioni
Unite su questa vicenda. fate circolare al massimo queste informazioni.
Può essere questione di vita o di morte per le persone imbarcate sulla nave
ancora ferma in queste ore davanti all'isola di Malta.


Palermo 22 ottobre 2004
Fulvio Vassallo Paleologo


ASGI Associazione studi giuridici sull'immigrazione
ICS Consorzio italiano di solidarietÃ
Palermo


FULVIO VASSALLO PALEOLOGO

Università di Palermo


Le nuove frontiere d'Europa: accordi di riammissione e diritti fondamentali dei migranti.


Malgrado le “intese” raggiunte negli ultimi anni con la Libia, e malgrado i precedenti contatti dei vertici del Ministero degli interni italiano con le autorità di polizia di quel paese, continua lo stillicidio di sbarchi a Lampedusa e nel resto della Sicilia.

Subito dopo la conclusione del rimpatrio di massa attuato dal governo italiano verso la Libia l'ennesima carretta del mare è stata avvistata davanti alle coste lampedusane, ed è in aumento il numero degli sbarchi nella costa meridionale della Sicilia.

Si tratta di migranti economici costretti all'ingresso clandestino dalla mancanza di possibilità di ingresso legale, ed in parte altrettanto consistente, di potenziali richiedenti asilo, in fuga da guerre e persecuzioni etniche alimentate o consentite dai paesi più ricchi che poi chiudono le proprie frontiere di fronte a quella che definiscono una “invasione”. Termine con il quale si definisce quello che invece rimane il tentativo di sopravvivenza di una minima parte di quelle popolazioni a sud del mondo, costrette a vivere in un clima di guerra permanente e vessati dalla quotidiana rapina delle risorse dei loro paesi.


Preoccupa, in questo quadro, la violazione sempre più evidente dei diritti dei richiedenti asilo, ormai assimilati di fatto ai cd. clandestini. Per loro infatti non rimangono possibilità effettive di ingresso legale, e troppo spesso le autorità di polizia li trattano come comuni migranti irregolari. Salvo poi a rimettere in libertà altri “clandestini” migranti economici, solo perché i centri di detenzione sono ormai stracolmi, magari consegnando loro un ordine di lasciare il territorio nazionale entro cinque giorni, obbligo che di fatto non potrà mai essere adempiuto, in assenza di documenti e di mezzi economici.



Dopo il fallimento delle politiche di blocco e di respingimento delle carrette del mare verso i porti del Nord-africa, come unica soluzione dei problemi di contrasto dell'immigrazione clandestina, si ripropone ancora una volta la conclusione degli accordi di riammissione con i principali paesi di transito e di provenienza.

Si tratta di accordi che sono previsti già nel T.U. sull'immigrazione agli articoli 2, 3 e 21, modificati dalla legge Bossi-Fini, con disposizioni che suscitano ancora gravi sospetti di incostituzionalità perché gli accordi di riammissione, soprattutto nella più recente prassi del governo italiano, sono sottratti alla ratifica parlamentare prevista dall'art. 80 della nostra Costituzione.

Gli stessi accordi, a seconda del loro contenuto, possono violare norme consolidate di diritto internazionale che riconoscono ad ogni persona il diritto di lasciare qualsiasi paese incluso il proprio ( Art. 12, comma 2 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, firmato a New York nel 1966 e l'art. 2, comma 2 del Protocollo n.4 aggiunto alla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell'uomo).


A partire dalle convenzioni di Schengen e di Dublino  gli accordi di riammissione conclusi tra i diversi stati europei ed i paesi di provenienza o di transito dei migranti sono stati, almeno sulla carta, lo strumento privilegiato che avrebbe dovuto garantire la effettività delle espulsioni e dei respingimenti in frontiera. Nei fatti la loro efficacia è dipesa soprattutto dai rapporti economici e politici tra gli stati, ed è finora mancata una politica comune dell'Unione Europea, prospettiva che appare ancora più lontana dopo l'allargamento a paesi tradizionalmente di transito, come Malta, Cipro, ed alcuni paesi dell'Europa orientale.

Esemplare al riguardo la impossibilità di trovare una intesa sulla elencazione dei cd. “paesi terzi sicuri”, intesa che dovrebbe impedire la presentazione di domande di asilo da parte di tutti coloro provengano da tali paesi. Malgrado le menzogne diffuse dai media, l'accordo politico a livello europeo non c'è e probabilmente non ci sarà mai, per i diversi egoismi nazionali che stabiliscono rapporti preferenziali di natura bilaterale perché più convenienti dal punto di vista economico.

Adesso in questo settore si sta profilando una “cooperazione rafforzata” a 5, tra Spagna, Francia, Gran Bretagna, Germania ed Italia, per risolvere con misure comune, anche su questo terreno, il problema del cd. “contrasto dell'immigrazione clandestina”. Anche in questo gruppo si registrano significative divisioni e le scelte italiane e tedesche in materia di rimpatri con voli aerei congiunti e più di recente le politiche di riammissione emerse dopo il caso Cap Anamur, vengono fortemente criticate dagli altri partner europei.

Appare comunque del tutto irrealistico che paesi di frontiera come Malta o la Slovacchia possano effettivamente applicare la Convenzione di Dublino che prevede l'esame delle istanze di asilo da parte del primo paese comunitario di ingresso. La concreta esperienza di questa estate, a partire dal caso Cap Anamur, ha dimostrato come in realtà dietro la rigida applicazione della Convenzione di Dublino si celi, o altre volte emerga in modo manifesto, il rischio concreto di un refoulement                  ( respingimento) di richiedenti asilo verso paesi che non applicano la Convenzione di Ginevra, e che praticano regimi detentivi che violano la dignità della persona umana.

E' quindi sempre più concreto il rischio che i “nuovi” accordi di riammissione, stipulati con intese segrete, sottratti al controllo democratico del parlamento, comportino una diffusa violazione dell'art. 33 della Convenzione di Ginevra e dell'art. 3 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell'uomo.




Per comprendere meglio cosa potrà accadere in futuro occorre ricordare l'incerto percorso dell'Unione Europea in materia di immigrazione ed asilo.

Nei cinque anni di applicazione del Trattato di Amsterdam ( 1999-2004), intanto, l'Europa non è stata neppure capace di adottare direttive vincolanti in questo campo, ed è riuscita a trovare una intesa solo su misure sempre più restrittive che, nelle diverse applicazioni nazionali, impedivano l'ingresso legale per lavoro e negavano persino l'accesso alla procedura per il riconoscimento del diritto di asilo o di protezione umanitaria. Eppure in base all'art. 63  del Trattato CE il Consiglio avrebbe dovuto concludere entro  maggio del 2004 accordi di riammissione o includere clausole standard di riammissione negli accordi di cooperazione economica e di associazione. Anche queste intese sono sostanzialmente fallite per le diverse posizioni dei partners europei nei rapporti con i paesi di origine e di provenienza ( e sulla distribuzioni delle enormi spese delle politiche di rimpatrio forzato).

La svolta si è verificata dopo l'11 settembre del 2001, in particolare dopo un documento comune del dicembre di quell'anno nel quale i rappresentanti dei paesi dell'Unione tracciavano le linee per contemperare la “sicurezza interna” con “i doveri internazionali di protezione”.

Da allora, attraverso i vertici di Laeken, nel 2001, di Siviglia, nel 2002, e di Salonicco nel 2003, anche l'ingresso dei potenziali richiedenti asilo, normalmente costretti a seguire percorsi irregolari in quanto privi di documenti, è stato considerato alla stessa stregua dell'ingresso irregolare dei migranti economici, soprattutto per quanto concerne la limitazione della libertà personale, che in passato costituiva un fatto eccezionale. La stessa confusione dei migranti economici e dei richiedenti asilo, nella totale assenza di servizi indipendenti alle frontiere e di veri centri di accoglienza, è stata utilizzata per criminalizzare qualunque ingresso irregolare, anche quando si trattava di persone evidentemente in fuga da guerre e persecuzioni. Si è persino proposto di contingentare a livello europeo il numero delle richieste di asilo, fortunatamente con esito fallimentare, ma si è giunti allo stesso risultato per via amministrativa, con una percentuale enorme di dinieghi. Si è pensato di potere convincere con aiuti economici i paesi di transito, in modo che questi provvedessero direttamente al blocco ed all'internamento dei migranti irregolari, compresi quelli che, una volta giunti in Europa, avrebbero potuto presentare con buone probabilità di successo una domanda di asilo. A loro volta i paesi di transito hanno contribuito alla esternalizzazione dei controlli di frontiera stipulando intese con i paesi di provenienza per il successivo rimpatrio dei migranti espulsi dagli stati europei: esemplare il caso della Libia che sulla base di queste intese ha effettuato rimpatri di sudanesi in Sudan e di altri potenziali richiedenti asilo verso l'Eritrea, il Niger, la Nigeria, il Chad.

Soprattutto ai paesi di transito è apparso chiaro il vantaggio economico che avrebbero potuto ricavare strumentalizzando alcune operazioni di rimpatrio, e consentendo sotto banco il proliferare delle organizzazioni criminali dei trafficanti, spesso collusi con le stesse forze di polizia di quei paesi.

Ma il principio della cd. condizionalità migratoria, che avrebbe subordinato le politiche degli aiuti economici alla “collaborazione” nella riammissione dei migranti irregolari, proposto inizialmente dal ministro degli interni inglese Blunkett nel Consiglio di Salonicco dello scorso anno, non è stato mai approvato formalmente, malgrado il sostegno prontamente offerto dal governo Berlusconi e dal governo Aznar. Anche nel recente vertice di Firenze la posizione dell'Italia e della Germania, favorevoli a questo principio, sono rimaste isolate, per la ferma opposizione della Spagna di Zapatero e della Francia di Chirac.


Malgrado il fallimento della proposta Blunkett, gli accordi di riammissione sono però rimasti lo strumento centrale delle politiche migratorie dei principali paesi europei.

L'azione di contrasto nei confronti dell'immigrazione clandestina, proprio grazie agli accordi di riammissione stipulati dai principali paesi europei, si è così  tradotta nella negazione sostanziale del diritto di asilo (e di protezione umanitaria), anche perché questi accordi sono stati negoziati o sottoscritti con paesi, come la Libia e la Turchia, che non riconoscevano il diritto di asilo, né rispettavano i diritti fondamentali della persona, giungendo a praticare sistematicamente la detenzione in isolamento, senza la possibilità di contatti con familiari o avvocati, la tortura ed altri trattamenti inumani o degradanti,  prevedendo ancora nella legislazione interna la pena di morte.

Ma la situazione dei diritti umani non è migliore in altri paesi come la Tunisia, lo Sri Lanka, la Nigeria ed il Pakistan, con i quali l'Italia ha concluso accordi di riammissione tanto efficaci da comportare “in premio”, negli anni passati, modeste quote annuali di ingresso “riservato”.

In molti casi, gli accordi di riammissione hanno consentito la esecuzione di vere e proprie espulsioni collettive, vietate dalle convenzioni internazionali, in quanto le forme di riconoscimento da parte dell'autorità diplomatica del paese ricevente sono state tanto sommarie da non consentire neppure una attribuzione certa della nazionalità ( si pensi al cittadino della Sierra Leone, richiedente asilo, salvato dalla nave tedesca Cap Anamur e accompagnato dalle nostre autorità in Ghana, o ai 63 Mohamed Ali rimpatriati ai primi di ottobre da Lampedusa, con un solo volo verso la Libia).


In questi anni si è avuta anche notizia di numerosi casi di respingimento da paesi non firmatari della Convenzione di Ginevra( refoulement vietato dall'art. 33 della Convenzione di Ginevra) di potenziali richiedenti asilo, che una volta giunti in un paese di transito come la Libia, sono stati consegnati dalle autorità di polizia di quello stato ai paesi dai quali fuggivano, come il Sudan, e dove avrebbero trovato imprigionamenti arbitrari, torture, e nei casi più gravi, la morte. E' ancora molto recente il caso del dirottamento di un aereo da parte di richiedenti asilo sudanesi che la Libia stava rimpatriando in Sudan, nel paese di presunta origine.

Di quelle persone che se fossero giunte in Europa avrebbero avuto accesso alla procedura di asilo non si sa più nulla, scomparse a Khartoum, probabilmente nelle galere sudanesi.


Un'altra tragedia della disperazione che ha lasciato indifferente l'opinione pubblica, ormai assuefatta alle quotidiane violazioni dei diritti fondamentali dei migranti.

Anche l'Italia nel 2002 ha deportato in Siria una famiglia di richiedenti asilo bloccata all'aeroporto di Milano Malpensa, inaugurando nel modo peggiore la legge Bossi Fini, che consente ( anche dopo le recenti sentenze della Corte costituzionale) respingimenti in frontiera immediati anche nei confronti dei richiedenti asilo, ai quali si impedisce persino la possibilità di verbalizzare la propria istanza o di rivere un provvedimento formale di diniego. Tutto rimane affidato alla discrezionalità dell'autorità di polizia di frontiera, senza alcuna “scomoda” documentazione.


Ma la condizione dei profughi è ancora più drammatica nel corso del viaggio di avvicinamento al Mediterraneo.

Come testimoniato da decine di profughi giunti nel nostro paese, e come risulta anche da diverse inchieste giornalistiche, le autorità di polizia incaricate di dare esecuzione agli accordi di riammissione, soprattutto nei paesi di transito del Nordafrica, sono generalmente corrotte, al punto che gli stessi profughi vivono spesso il passaggio da una frontiera ad un'altra come il pagamento di un “pedaggio”. Altrettanto diffusa la corruzione nei paesi costieri del Mediterraneo dove le stesse autorità di polizia ignorano sistematicamente la presenza di decine di migliaia ( e non milioni!) di lavoratori clandestini che per mesi o per anni sono praticamente ridotti in schiavitù per guadagnarsi le somme necessarie per l'ultimo passaggio verso l'Europa.


I successi vantati dai governanti europei, artefici di questi accordi di riammissione hanno avuto ed avranno un sicuro effetto propagandistico ed elettorale, ma si traducono intanto in un aumento esponenziale delle vittime dei viaggi della speranza. Se una riduzione degli ingressi irregolari si produce su un fronte, immediatamente si apre un altro canale di ingresso, tanto ad est ( si pensi alla frontiera tra la Serbia o la Romania con l'Ungheria), che al fronte sud ( esemplare il caso della Tunisia e della Libia).

La contrazione degli ingressi irregolari non dipende dall'efficacia delle politiche di contrasto, ma dalla situazione geopolitica delle aree di provenienza e di transito dei flussi migratori.  Il modello Albania non è certamente “esportabile” in Libia, come dimostra il blocco ( l'annullamento) della missione di polizia che il nostro governo voleva inviare in quel paese nel settembre scorso. I numeri degli ingressi irregolari non potranno diminuire se non vengono meno i fattori di spinta che in alcuni anni hanno accresciuto la pressione migratoria, e poi ne hanno determinato una drastica riduzione ( come il Kosovo nel 1999 e nel 2000, o l'Irak, prima che la guerra sbarrasse le frontiere alla maggior parte  dei profughi che provenivano da quel paese).

Altre volte la pressione migratoria diminuisce per nuovi processi di colonizzazione economica, come nel caso dell'Albania, oppure per strategie militari internazionali, come nel caso del popolo Curdo, diviso tra la speranza di indipendenza in Turchia, ed il miraggio di una vera autonomia nel nord dell'Irak.


Sulla porta, appena socchiusa, dell'ingresso per ricerca di asilo si sono scaricate poi tutte le tensioni derivanti dal fallimento delle politiche dei flussi di ingresso, e dai reiterati allarmi contro il terrorismo internazionale.

E' sicuramente fallita, in questo quadro la politica che offriva quote più consistenti di flussi di ingresso per lavoro come ricompensa per quei paesi che praticavano regole più severe di blocco dei migranti clandestini. Le poche centinaia di posti disponibili per gli ingressi legali “agevolati” e le difficoltà accresciute dalla legge Bossi-Fini di un incontro a distanza tra domanda ed offerta di lavoro, hanno praticamente svuotato di effetti pratici questa clausola tipica di molti accordi di riammissione.

Gli accordi di riammissione hanno così impedito che i potenziali richiedenti asilo raggiungessero i paesi europei e hanno costituito la base per legittimare la detenzione amministrativa di profughi e migranti economici, con la delocalizzazione ai confini meridionali ed orientali dei centri di trattenimento. Gli stessi accordi, sono diventati il perno di quel sistema che consentiva le espulsioni con accompagnamento immediato in frontiera, senza alcun controllo da parte del magistrato, sistema che, anche secondo quanto rilevato di recente dalla Corte Costituzionale italiana, negava qualsiasi diritto di difesa.


Gli accordi di riammissione stipulati dai precedenti governi avevano lo stesso contenuto sostanziale di quelli siglati successivamente dal governo Berlusconi, e la loro attuazione rimane segnata ( dal 1998 al 2001) da migliaia di vite perdute nelle tragedie in mare nel Mediterraneo, o in modo più discreto, lungo le vie dell'immigrazione clandestina, nei deserti africani.

Non si può non ricordare, tra i sedici accordi di riammissione conclusi prima del 2001, lo “Scambio di note tra l'Italia e la Tunisia concernente l'ingresso e la riammissione delle persone in posizione irregolare” concluso il 6 agosto 1998 con il quale si prevedevano supporti tecnici ed operativi e contributi economici ( 15 miliardi di lire per tre anni) , ed in particolare un contributo di 500 milioni di vecchie lire per “ la realizzazione in Tunisia di centri di permanenza”? Oggi la Tunisia si è dotata di numerose strutture di trattenimento coatto, ben oltre il modesto contributo annunciato allora dal Governo italiano e la maggior parte dei centri di detenzione amministrativa per immigrati irregolari è ubicata in località segrete. Eppure dalla Tunisia continuano a giungere ogni anno migliaia di migranti “clandestini”, mentre si ha pure notizia  di respingimenti in mare effettuati di concerto tra le autorità di quel paese e le autorità italiane. Ed anche di tanti morti a poche miglia dalle coste tunisine. Su quali basi saranno rinegoziati i nuovi accordi di riammissione su scala europea?

Dalla Tunisia alla Libia lo scenario non muta ed i trafficanti scelgono le rotte più convenienti a seconda dell'altalena dei rapporti politici. Di fatto molte “carrette” del mare, stracariche di cd. “clandestini” sfuggono ai controlli fino a poche miglia dalle coste siciliane


Da parte delle attuali forze di governo si insisterà ancora sul contrasto dell'immigrazione clandestina con lo scambio di funzionari di collegamento e la fornitura di attrezzature e mezzi. Gli sbarchi tuttavia continueranno, le tragedie pure, soprattutto con la fine dell'estate, ed i richiedenti asilo continueranno ad essere espulsi, o respinti, prima ancora di potere presentare domanda di asilo.

Mancherà qualunque possibilità di colpire i trafficanti e di tutelare le vittime del racket, che anzi pagheranno costi sempre più alti.

Gli unici risultati della magistratura italiana nel contrasto dei trafficanti si tradurranno nel solito desolante spettacolo dell'arresto dei più deboli tra gli “scafisti”, di quei migranti che magari accettano di condurre le carrette del mare perché non hanno i soldi per pagare l'intera tariffa imposta dai trafficanti. E intanto le reti del racket si rinforzano sempre di più, perché, più aumenta la repressione, in assenza di possibilità effettive di ingresso per lavoro e di accesso alla procedura di asilo, e più aumentano il profitto dei trafficanti, le intimidazioni subite dalle vittime, la loro omertà ( alla quale sono costrette anche dopo gli sbarchi, quando, piuttosto che incontrare mediatori ed interpreti indipendenti, sono costrette a subire estenuanti interrogatori, magari rinchiusi in centri di detenzione insieme agli scafisti).


Quali garanzie per i diritti fondamentali della persona umana di fronte alle nuove frontiere europee ed alle politiche di riammissione?

Persino il Libro Verde sul rimpatrio delle persone che soggiornano illegalmente in Europa ribadiva nel 2002 che le politiche di rimpatrio dei paesi dell'Unione devono rispettare non solo la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati ed il Protocollo di New York del 1967, ma anche le disposizioni della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo e la Carta dei diritti fondamentali approvata a Nizza nel 2000, che sancisce il diritto di asilo e vieta le espulsioni collettive.

Ma di questi documenti comunitari in Italia non se ne parla più, proprio quando si invoca l'Europa per una partecipazione agli immensi costi delle politiche di rimpatrio coattivo poste in essere dal Governo dopo la approvazione della legge Bossi-Fini. 

Le nuove frontiere d'Europa sono ormai sempre più numerose anche all'interno del continente, si traducono in norme che attentano ai principi fondanti dello stato democratico.

L'ultimo decreto legge varato dal governo per correggere la Bossi Fini ha aggravato la incostituzionalità delle norme in materia di espulsioni, e può avere conseguenze devastanti nei confronti dei richiedenti asilo che vengano esclusi dalla procedura o la cui domanda venga respinta. Né sembrano superati i gravissimi rilievi del Consiglio di Stato che alcuni mesi fa aveva bloccato la emanazione dei regolamenti di attuazione della legge Bossi Fini. E si attende ancora che la Corte dei Conti chiarisca quale è il costo della politica repressiva del governo in materia di immigrazione e asilo.

Quello che è certo è il costo, in termini di vite umane e di scardinamento di quei tentativi di integrazione che le organizzazioni non governative e alcuni enti locali avevano faticosamente costruito. E tutto questo in un quadro di crescente precarietà dei migranti regolari e di consistente aumento dei casi di immigrati che ritornano ad essere irregolari a causa della perdita del contratto di lavoro. Con il rischio di una espulsione dopo anni di permanenza in Italia. Un danno di portata sociale incalcolabile, e probabilmente irreversibile, che può mettere a rischio la stessa possibilità di convivenza tra gli immigrati e la popolazione italiana, un danno al quale occorrerebbe mettere rimedio al più presto, se si abbandoneranno le  posizioni di difesa dell'apparato repressivo introdotto dalla legge Turco Napoletano ( espulsioni immediate senza effettivo controllo giurisdizionale già esistenti ben prima della legge Bossi-Fini, negazione sostanziale del diritto di asilo, centri di detenzione, accordi di riammissione con paesi che non rispettano i diritti fondamentali della persona umana).


L'Europa, allargata dal 1 maggio 2004 a 25 paesi,  ben difficilmente potrà dare una risposta unitaria ed efficace agli appelli del governo italiano. Ma intanto gli appelli governativi servono per spostare l'attenzione dell'opinione pubblica da Roma a Bruxelles.

Che fortuna, si potrebbe dire, che il neocommissario europeo Buttiglione rilanci la partita sul tavolo nazionale. Ma non si tratta di affidare la gestione delle quote agli imprenditori. I lavoratori migranti sarebbero ancora esposti alle forme più dure di flessibilità e resterebbero in gran parte costretti al lavoro in nero. L'incontro tra la domanda e l'offerta di lavoro deve garantire la emersione del lavoro irregolare con la regolarizzazione permanente anche su richiesta del lavoratore. Ma anche su questa proposta la Lega ha già fatto pesare il suo diktat e si è dimostrata ancora una volta la vera artefice delle politiche migratorie del governo Berlusconi, ridicolizzando lo stesso Ministro degli interni.

E sulla nuova legge in materia di diritto di asilo, ancora bloccata in Parlamento malgrado significative convergenze,, occorre superare i tatticismi che già nel 1998 comportarono lo stralcio di una disciplina organica del diritto di asilo, e che poi nel 2001 condussero all'abbandono di una legge già approvata da un ramo del Parlamento.

Questa legge va approvata al più presto, ma in un testo diverso da quello proposto dal governo, che non tiene neppure conto delle direttive comunitarie in materia.

Per difendere i diritti fondamentali dei migranti occorre una modifica della normativa italiana in tema di asilo ed immigrazione, riconoscendo finalmente per legge il diritto di asilo costituzionale, e reintroducendo possibilità effettive di ingresso per ricerca di lavoro. Il sistema delle quote aveva già dimostrato tutti i suoi limiti negli anni novanta.

Va quindi modificata la disciplina delle espulsioni, considerandola strumento eccezionale e non ordinario di gestione dell'immigrazione e di conseguenza devono essere chiusi gli attuali centri di detenzione amministrativa. Vanno invece istituiti veri e propri centri di accoglienza  per i richiedenti asilo.

Deve essere completamente rivista dal Parlamento la normativa nazionale in materia di accordi di riammissione, sia per il suo possibile contrasto con le normative internazionali ed interne in materia di diritti fondamentali, sia perché le azioni di polizia attuate sulla base di tali accordi sono sottratte ad ogni effettivo controllo giurisdizionale. La materia degli accordi di riammissione è un tassello importante della nostra politica estera e non può essere rimessa ad accordi informali tra le forze di polizia, o ai decreti dei Ministri degli interni e degli esteri. Gli accordi già stipulati vanno revocati o comunque rinegoziati, ed eventuali accordi futuri, comunque discussi ed approvati dal Parlamento, dovranno essere strettamente conformi alle norme internazionali e costituzionali sulla tutela dei diritti fondamentali della persona.


Ma la vicenda che più di tutte ha consentito di rendere evidente, anche con riprese video molto dettagliate gli abusi commessi dalle forze di polizia di frontiera su ordine dei vertici del ministero degli interni è costituita oggi dal rimpatrio di massa di oltre 1200 immigrati giunti ai primi di ottobre a Lampedusa e da lì ricondotti, spesso in manette, direttamente in Libia, e poi da lì ricondotti per via aerea o più spesso con automezzi attraverso il deserto verso i paesi di ( presunta) provenienza.


Il responsabile del centro di permanenza temporanea di Lampedusa sig.Scalia ha dichiarato ad una delegazione parlamentare accompagnata da rappresentanti della Rete antirazzista siciliana che all'interno di quella struttura una vera identificazione non è possibile, vista l'emergenza in cui versa quasi sempre quello che la stampa si ostina a definire “centro di accoglienza”, solo una volta che i migranti raggiungono un altro centro. A Lampedusa, dunque, sono state rilevate solo le generalità sulla base delle dichiarazioni fornite dagli immigrati, tramite i pochi interpreti presenti. Lo stesso Scalia ha dichiarato che, quando nel centro erano ammassati oltre 1.200 migranti,  a partire dal 2 Ottobre non è stato possibile consegnare loro alcuna informativa relativa ai diritti e alla possibilità di chiedere asilo politico.

Su un foglio di carta affisso sui muri del centro, si leggeva “cari ospiti, ora vi trovate nel centro di prima accoglienza dell'isola di Lampedusa (Italia). Dovrete restare qui finché non verrete trasferiti in un altro centro per l'identificazione certa e dove potrete spiegare il motivo del vostro arrivo in Italia. Durante la vostra permanenza riceverete una prima assistenza medica e potrete usufruire anche di un barbiere. Nel rispetto delle persone che verranno in questo centro dopo di voi, vi raccomandiamo di fare attenzione a tutti i materiali e alle strutture che utilizzate. Per preservare la vostra salute e quella degli altri, lavate e tenete puliti il vostro corpo e i vostri vestiti. Vi chiediamo di essere pazienti, di rispettare e di collaborare con il personale che lavora per voi durante tutta la vostra permanenza. Per le vostre necessità o per le informazioni potete contattare tutte le persone vestite di giallo e azzurro”.


E' dunque provato che  nel CPT di Lampedusa non si sono effettuate vere identificazioni, a detta anche degli stessi operatori della Misericordia, che dicono solo che i loro interpreti, davanti a qualche carabiniere, raccolgono nomi e nazionalità . E basta. Per quanto riguarda i carabinieri, gli stessi hanno dichiarato che non è loro competenza identificare gli immigrati trattenuti nel centro.

E questo anche se già nel 2002 la Questura di Agrigento aveva risposto alle denunce dell'ASGI ( Associazione studi giuridici sull'immigrazione) asserendo che la struttura di Lampedusa era un vero e proprio centro di permanenza temporaneo, soggetto dunque ai regolamenti ed alle direttive previste per i CPT.

Adesso, a due anni di distanza, oltre 1400 persone non identificate sono state caricate coi polsi legati su aerei civili e militari che le hanno deportate in Libia. Nessuno ha rilevato la loro situazione individuale, ed è stato persino impedito al rappresentante dell'ACNUR, dr. Humburg la possibilità di visitare gli immigrati.


Come hanno affermato le parlamentari che hanno visitato per tre giorni il centro di Lampedusa, L'IDENTIFICAZIONE CERTA, A CUI HA FATTO RIFERIMENTO IL MINISTRO DEGLI INTERNI, NON E' AVVENUTA AL CENTRO DI PRIMA ACCOGLIENZA DI LAMPEDUSA, DOVE AVVIENE SOLO UNA PRIMA SOMMARIA IDENTIFICAZIONE E NON EFFETTUATA DALL'UFFICIO IMMIGRAZIONE DELLA QUESTURA, COME VIENE CHIARITO IN MODO INEQUIVOCABILE DA UN FOGLIETTO AFFISSO SU ALCUNE PARETI E ARMADIETTI DEL CAMPO, DOVE E' SCRITTO: “STARETE QUI FINO A QUANDO VERRETE TRASFERITI IN UN NUOVO CENTRO PER L'IDENTIFICAZIONE CERTA E DOVE POTRETE SPIEGARE IL MOTIVO DEL VOSTRO ARRIVO IN ITALIA”

E' QUINDI EVIDENTE CHE 1200 PERSONE SONO FINITE IN LIBIA SULLA BASE DI UN'ESPULSIONE DI MASSA, SENZA ESSERE IDENTIFICATE E SENZA AVERE POTUTO ACCEDERE ALLE PROCEDURE PER LA RICHIESTA DI ASILO POLITICO. O IL MINISTRO  PISANU NON SA QUELLO CHE DICE O MENTE SAPENDO DI MENTIRE.


Malgrado le flebili voci di una parte dell'opposizione, i cui leader sono rimasti in silenzio anche dopo la dura condanna delle organizzazioni non governative più impegnate nella difesa dei diritti dei migranti ( AMNESTY, ICS e MSF), è continuato per sei giorni il ponte aereo da Lampedusa a Malta, adesso anche con aerei militari.

Centinaia di immigrati salvati dalla Marina in acque internazionali o giunti irregolarmente fino a Lampedusa, dopo essere stati trattenuti un giorno o due nel centro di permanenza temporanea di quell'isola, sono stati deportati in Libia, sulla base di procedure di riconoscimento sommarie, spesso neppure documentate, pur essendo certo che non si tratta di cittadini di quel paese. In moltissimi casi le persone rimpatriate sono state accompagnate in frontiera dopo avere ricevuto l'attribuzione della stessa identità ( si chiamavano tutti Mohamed Alì, ha denunciato un parlamentare regionale siciliano).

Il Ministro Pisanu rassicura che queste operazioni di rimpatrio sono conformi al diritto nazionale, alle convenzioni internazionali ed ai principi generalmente riconosciuti a salvaguardia dei diritti umani di qualunque persona.

Le affermazioni del ministro Pisanu hanno tentato di dare una copertura alla messa in opera anticipata dei piani di rimpatrio forzato, supportate da gravi dichiarazioni rilasciate qualche settimana fa da alcuni esponenti dell'opposizione favorevoli agli accordi di riammissione con la Libia ( si veda la dichiarazione dell'On. Napolitano sul Corriere della sera del 19 settembre 2004), prima ancora che questi fossero siglati ed approvati dal Parlamento, come previsto dall'art. 80 della Costituzione italiana. Queste operazioni di accompagnamento forzato, camuffate da “respingimenti in frontiera”, adesso note, ma altre se ne erano consumate in silenzio nei mesi passati, costituiscono invece gravissime violazioni del diritto interno, del diritto internazionale e del diritto umanitario.


Si deve innanzitutto ricordare come l'art.2 del T.U. 286 del 1998, rimasto immutato dopo la legge Bossi Fini del 2002, riconosce allo straniero comunque presente sul territorio italiano- e tale certamente è l'isola di Lampedusa- i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme interne, dalle convenzioni internazionali in vigore, e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti”.

L'ingresso in Italia perché soccorsi mentre si era in procinto di affondare non deve costituire un alibi per una procedura di respingimento che eluda le garanzie fissate dalla legge per tutte le ipotesi di allontanamento forzato dell'immigrato entrato irregolarmente in Italia.

Agli immigrati comunque giunti sull'isola di Lampedusa andava dunque riconosciuto innanzitutto il diritto alla comprensione linguistica ed alla notifica individuale in lingua conosciuta dei provvedimenti che li riguardavano, provvedimenti che invece hanno assunto, dopo un sommario esame da parte di un interprete, senza altra formalizzazione o verbalizzazione individuale, le forme del respingimento collettivo vietato dalla Carta Europea di Nizza e dalla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell'uomo. Nessuno degli immigrati che sono stati respinti sapeva che sarebbe stato rispedito in Libia, come è emerso dalle visite di parlamentari regionali e nazionali.


Agli stessi immigrati è stato negato il diritto di difesa previsto dalla Costituzione italiana e dalle leggi interne, in quanto i tempi e le forme delle misure di respingimento li ha privati di una qualsiasi difesa effettiva contro gli stessi provvedimenti.


Si è inoltre verificata la negazione del diritto di presentare domanda di asilo per intere categorie di persone giunte irregolarmente ( come la quasi totalità dei richiedenti asilo) sul territorio italiano, selezionate sulla base della presunta appartenenza nazionale, senza che i singoli avessero la minima possibilità di accedere alla procedura di asilo.

In questo modo, per un numero non definito di persone si è sicuramente negata la applicazione dell'art. 10.3 della Costituzione italiana, norma che per la Corte di cassazione ha una immediata efficacia precettiva e che riconosce l'asilo politico con una estensione ancora maggiore di quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1951.

Proprio per la rapidità e la sommarietà delle procedure potrebbe essersi anche verificato il rimpatrio in Libia, paese notoriamente musulmano, di cittadini di paesi terzi di fede cristiana. E' un dato oggettivo l'età sempre più bassa dei migranti per ragioni economiche, dato confermato anche negli sbarchi di Lampedusa:non ci sono garanzie di alcun genere che sia stata controllata l'età effettiva degli immigrati irregolarmente giunti sull'isola in questi ultimi giorni, al fine di evitare il rimpatrio di minori, vietato dalla legge italiana. Ed infatti, non appena due rappresentanti parlamentari hanno potuto fare ingresso nel centro è stato trovato un minore dell'apparente età di sedici anni, illegalmente detenuto dalle autorità di polizia.


Si è violata la riserva di giurisdizione prevista dall'art. 13 della Costituzione italiana in quanto le misure di trattenimento coattivo e di allontanamento forzato sono state adottate ed eseguite dalle autorità di polizia senza alcuna convalida da parte dell'autorità giudiziaria, convalida che sarebbe stata necessaria comunque a seguito dell'internamento nel centro di permanenza temporanea di Lampedusa secondo quanto affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.105 del 2001, con un orientamento giurisprudenziale ribadito ancora con le più recenti sentenze della Corte pubblicate nel corso del 2004.

Si deve ricordare al riguardo che l'accompagnamento coattivo in frontiera, anche nei casi nei quali non sia preceduto da un trattenimento in un centro di permanenza temporanea è qualificabile come “misura limitativa della libertà personale” come tale soggetta alle rigide previsioni dell'art. 13 della Costituzione.

Con i rimpatri effettuati da Lampedusa in Libia, senza un effettivo controllo dell'autorità giudiziaria  si è violata ancora una volta, ma in modo eclatante  la   r i se r v a   d i    g i u r i s d i z i o n e.

Ancora uno schiaffo alla Corte Costituzionale che ancora pochi mesi fa aveva affermato la incostituzionalità delle norme sulle espulsioni con accompagnamento immediato sottratte al controllo giurisdizionale.

Secondo la giurisprudenza della Corte non è possibile disporre l'accompagnamento coattivo in frontiera ( anche nei casi in cui sia mancato il trattenimento temporaneo) prima che il provvedimento di respingimento o di espulsione sia stato stabilito o convalidato da un magistrato. E non si potrà certo sostenere che nel caso dei migranti “respinti” da Lampedusa in Libia si sia trattato di un respingimento in frontiera semplice, come se questi migranti non fossero mai entrati nel nostro territorio, unico tipo di provvedimento di allontanamento forzato che può essere adottato senza particolari formalità , a meno che Lampedusa non sia improvvisamente diventata una piattaforma galleggiante in acque internazionali…


In realtà si è assistito ad una utilizzazione illimitata della discrezionalità amministrativa delle autorità di polizia e del Ministero degli interni che hanno applicato l'art. 10 del T.U. in materia di respingimento in frontiera come se gli immigrati giunti a Lampedusa o soccorsi in acque internazionali dalle nostre unità navali non avessero mai fatto ingresso in Italia. E invece qualunque ingresso, anche se per necessità di soccorso, integra la presenza effettiva dell'immigrato nel nostro territorio e l'adozione dei provvedimenti formali conseguenti, di allontanamento o di trattenimento temporaneo, disposti dal Prefetto o dal Questore.

Dove sono questi provvedimenti, quando sono stati emanati e notificati ai destinatari delle misure di allontanamento forzato, quali possibilità di ricorso effettivo sono state accordate, sulla base di quali disposizioni le persone sono state condotte sugli aerei in manette ? O forse, adesso che le persone sono state allontanate verso la Libia, qualcuno proverà a metterci sopra una pezza?


Appare evidente, anche sulla base dei filmati ripresi dalle televisioni, come a coloro che sono stati rimpatriati dal nostro governo in Libia è stato negato il diritto ad agire in giudizio “ per tutelare i propri diritti in materia civile, penale ed amministrativa” previsto dagli art. 6 e 13 della CEDU e dall'art. 24 della Costituzione italiana. Le indegne condizioni di trattenimento temporaneo nell'isola di Lampedusa, dove il locale Centro di permanenza temporanea ( così qualificato dal Ministero degli interni dopo mesi di equivoci sulla sua esatta destinazione) ha contenuto oltre mille persone mentre non potrebbe “accoglierne” più di 194, forse non hanno neppure permesso una minima mobilità all'interno della struttura; risulta che nella giornata di domenica 4 ottobre sia stato persino negato l'accesso ad un rappresentante dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, presente dal giorno precedente a Lampedusa.


Si è inoltre violato l'art. 14 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell'uomo che riconosce tutti i diritti previsti dalla stessa Convenzione senza alcuna distinzione basata sul sesso, sul colore, sull'origine nazionale e che afferma che tutti devono avere eguale protezione davanti alla legge. La selezione dei migranti irregolari e la scelta di quelli tra loro da rimpatriare immediatamente in Libia ha assunto carattere discriminatorio proprio per la discrezionalità e la sommarietà delle procedure di identificazione.


La esecuzione dei rimpatri forzati verso la Libia, eseguiti sulla base di intese ministeriali e di accordi operativi a livello di forze di polizia, ha costituito una gravissima violazione dell'art. 10.2 della Costituzione italiana secondo cui “la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

E proprio a questa stregua il nostro governo, e l'intera catena di comando che ha predisposto ed eseguito le operazioni di rimpatrio hanno violato l'art. 3 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell'uomo che vieta il respingimento dei migranti, anche se giunti irregolarmente, quando questo respingimento possa comportare “trattamenti inumani o degradanti”.

Si deve ricordare al riguardo che le misure di accompagnamento forzato sono state eseguite nei confronti di immigrati che sono stati condotti in manette di plastica sull'aereo che li avrebbe consegnati alla polizia libica e che in Libia non esiste il rispetto dei diritti fondamentali della persona, ne risulta che la Libia abbia aderito alla Convenzione di Ginevra.

I mezzi di informazione hanno diffuso immagini agghiaccianti sulla sorte degli immigrati respinti dall'Italia in Libia, e poi caricati su camion diretti nel deserto, verso la frontiera egiziana o quella meridionale, anche a costo di abbandonare per strada qualcuno che non riusciva a restare aggrappato alla piattaforma del camion.

Le misure di accompagnamento forzato sono state eseguite nei confronti di persone visibilmente nella condizione di nullatenenti verso un paese che certamente non è il loro, e che non è dotato di alcuna struttura di accoglienza. Ma probabilmente si dava per scontato che la maggior parte di questi sventurati sarebbe stata immediatamente deportata dalla Libia,ancora una volta verso altri paesi come già avvenuto poche settimane fa con voli da Tripoli a Khartoum, in Sudan, o verso l'Eritrea, proprio quei paesi nei quali migliaia di persone sono vittima di sanguinosi conflitti, o preda delle bande di trafficanti.


Piuttosto che sortire un effetto dissuasivo rispetto ai flussi dei migranti irregolari, effetto smentito dall'intensificarsi degli sbarchi proprio durante lo svolgimento delle operazioni di rimpatrio, quanto deciso dal Governo Italiano, prima di una scelta comune dell'Unione Europea in materia di rimpatri, e prima dell'entrata in vigore dell'accordo-fantasma stipulato con la Libia, integra gravissime violazioni del diritto interno ed internazionale e dovrà essere portato al più presto all'esame delle competenti corti per una sanzione esemplare che ribadisca che l'Italia rimane ancora uno stato di diritto anche per i migranti irregolari che giungono sulle nostre coste.

In assenza di altre argomentazioni il Ministro Pisanu si è trovato costretto ad agitare ancora una volta lo spauracchio del terrorismo che si alimenterebbe dei flussi clandestini, ma come al solito senza uno straccio di prova, un modo come un altro per deviare l'attenzione dalle proprie gravissime responsabilità .

Non è nostro compito qualificare in questa sede le fattispecie di reato che si sono integrate in questa tristissima vicenda, ma si può ricordare la diretta incidenza delle norme di diritto internazionale sul piano del diritto interno per effetto dell'art. 11 della Costituzione italiana.

Quanto accade in questi giorni a Lampedusa svela la vera portata della disciplina in materia di respingimenti ed espulsioni introdotta dalla legge Bossi-Fini e proprio a partire da queste modalità di applicazione della norma si dovranno moltiplicare i ricorsi alla Corte Costituzionale, non appena sarà possibile fare intervenire avvocati indipendenti che impediscano la immediatezza delle deportazioni e rilevino tutte le irregolarità delle procedure.

Ma è forse questa la preoccupazione principale del governo italiano, come si è già rilevato nel caso delle espulsioni lampo decretate ai danni dei naufraghi salvati questa estate dalla nave tedesca Cap Anamur.

Non si spiega altrimenti la fretta nel disporre le misure di accompagnamento forzato, come al solito tra il venerdì e la domenica, quasi che ogni occasione di contatto o qualunque possibilità di difesa legale potessero compromettere la riuscita dell'operazione di rimpatrio e la stessa”linea”politica del governo in materia di immigrazione ed asilo.


Affidiamo alla magistratura italiana ed alle corti internazionali il ripristino del principio di legalità   in  materia di contrasto dell'immigrazione clandestina. Il successo delle operazioni di immagine volute dal nostro governo non può scaricarsi soltanto sui destini di centinaia di vite, doppiamente vittime, prima dei trafficanti di uomini e poi di prassi amministrative illegittime ed arbitrarie.

I migranti costretti alla irregolarità dalla mancanza di norme sugli ingressi legali e dall'assenza di una normativa organica sul diritto di asilo ( e qui l'Italia è un caso unico in Europa) non possono essere genericamente definiti come clandestini, e quindi criminalizzati oppure trattati come esseri umani di specie inferiore. Bisogna che i diritti fondamentali della persona umana vengano riconosciuti a tutti, a tutti gli uomini ed alle donne, con una particolare attenzione per i più deboli, come i minori.

Se così non fosse la impunità di quanto  è avvenuto tra Lampedusa e la Libia potrebbe autorizzare in futuro comportamenti altrettanto gravi anche nei confronti di altri immigrati già presenti in Italia e dei cittadini italiani, in una materia talmente delicata come è quella della libertà personale, vero fondamento della democrazia di un paese.


Fulvio Vassallo Paleologo

ASGI Associazione studi giuridici sull'immigrazione

ICS Consorzio italiano di solidarietà  


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  I flussi migratori hanno assunto negli ultimi anni proporzioni mai viste.  La guerra globale e permanente ha acuito un processo di disgregazione e devastazione sociale che continua a investire vaste regioni del Sud del mondo causato dallo sfruttamento delle loro risorse da parte dei grandi potentati politico-economici occidentali.  I fronti di questa nuova guerra mondiale sono molteplici, e la conseguenza diretta è l'esodo massiccio di masse di disperati.  L'Europa risponde a queste istanze di liberazione dal bisogno con gabbie e innalzamento delle frontiere.  Il Trattato di Schengen è, in questo senso, il primo strumento giuridico di cui l'Europa politica ed economica si è dotata per contrastare i flussi migratori e per fare del nostro continente una Fortezza impenetrabile.

I Centri di Permanenza Temporanea (CPT) - presenti in tutta Europa - rappresentano l'estrinsecazione della logica di esclusione sociale e umana che nega il diritto alla libertà di movimento annientandolo in una vera e propria carcerazione preventiva.

Così come i lager nazisti furono concepiti per contenere e annientare quelli che il regime considerava scarti e rifiuti indesiderabili della società , allo stesso modo l'Unione Europea incarcera, concentra, interna e deporta i soggetti non produttivi e socialmente indesiderabili: gli immigrati.

In Italia, la legge Bossi-Fini rappresenta un salto di qualità in termini di efficacia repressiva rispetto alla Turco-Napolitano che istituì gli stessi Centri di Permanenza Temporanea, poiché lega la possibilità di permanenza in Italia alla possibilità di stipulare un contratto di lavoro, generando condizioni di sfruttamento neoschiavista per poi segregare e deportare fasce di lavoratori migranti in esubero nel mercato del lavoro neoliberista.  In sostanza l'immigrato può vivere in Italia solo se può produrre, e il permesso di soggiorno è legato al contratto di lavoro.  Per entrare regolarmente in Italia bisogna prima dimostrare di poter sottoscrivere un contratto: semplicemente impossibile. E' quindi la stessa legge che produce "clandestini".  La clandestinizzazione è dunque funzionale allo sfruttamento, poichè l'immigrato giuridicamente irregolare è senza dubbio più ricattabile dal padrone. 

La stretta repressiva nei confronti dei migranti si è caratterizzata nell'ultimo periodo con vere e proprie deportazioni di massa in un clima di concreto, generale e sistematico annientamento dei diritti umani e giuridici.  Nei primi giorni di Ottobre, quando erano ancora aperte le ferite legate alla drammatica vicenda dei profughi della Cap Anamur, il governo italiano si è prodotto in un ennesimo atto di ferocia repressiva con la deportazione in Libia di centinaia di immigrati rinchiusi nel Centro di Permanenza Temporanea di Lampedusa. Quest'azione di guerra nei confronti di esseri umani ritenuti "indesiderabili" ha assunto contorni ancora più odiosi se si pensa a come il ministro degli Interni Pisanu abbia sistematicamente negato l'evidenza sostenendo che i provvedimenti di espulsione verso la Libia fossero tutti legittimi e legittimamente applicati.  Le deportazioni, invece, si sono consumate in un ambito di totale disprezzo di ogni diritto umano e giuridico. Se su questa storia non è calato l'omertoso silenzio dei media ufficiali, è stato solo grazie all'attiva presenza di alcune/i militanti della Rete Antirazzista Siciliana che hanno denunciato puntualmente ciò che accadeva in quei giorni convulsi.  L'iniziativa antirazzista in Sicilia si è espressa in quella e in altre occasioni attraverso una serie di interventi coordinati che vanno dalla controinformazione, all'assistenza autogestionaria fino al sostegno legale e giuridico per far fronte alle continue vessazioni di cui sono vittime i migranti.

Esemplari, in questo senso, i casi di due richiedenti asilo eritrei - un uomo e una donna - che sono stati rinchiusi rispettivamente nei CPT di Trapani e Ragusa dopo che la loro richiesta d'asilo era stata respinta.

Attraverso l'azione militante della RAS il primo ha trovato la libertà in tempi brevi, mentre per la seconda si sta ancora lottando. A Caltanissetta la pratica dell'accoglienza dal basso continua a consolidarsi così come a Palermo.

Qui, come a Catania, la questione dei richiedenti asilo è oggetto di vertenze molto complesse che vedono italiani e migranti fianco a fianco nella lotta. Allo stesso modo Agrigento, Messina, Siracusa sono territori nei quali la presenza antirazzista cerca di contrastare emergenze e - nello stesso tempo - di delineare strategie d'intervento ad ampio spettro.  Il 2004 è stato un anno particolarmente impegnativo. Dopo i presidi, le mobilitazioni, i cortei, gli incontri dell'estate e dell'autunno ci accingiamo a chiudere il dicembre di lotta: dopo il 4 dicembre a Roma, gli antirazzisti siciliani scenderanno in piazza il 28 dicembre a Trapani per ricordare la strage del CPT "Vulpitta" e chiederne la definitiva chiusura.   La lotta contro i CPT, per essere efficace, deve essere finalizzata in primo luogo alla loro chiusura, ma anche al costante controllo e monitoraggio nei confronti di queste strutture e di quanto avviene al loro interno: non dev'esserci nessuna concessione di legittimità ai CPT (dei quali vanno condannate funzioni e finalità ) ma la consapevolezza che i migranti necessitano del massimo sostegno dentro e fuori i Centri di Permanenza.

La drammaticità delle condizioni esistenziali di molti immigrati in Italia risiede anche nel vuoto giuridico sulla tutela del diritto d'asilo peraltro già sancito dalla Costituzione Italiana (art.10): il riconoscimento pubblico e legislativo del diritto d'asilo è fondamentale.  L'intervento antirazzista deve porre anche l'importante questione dell'accoglienza: come creare e promuovere situazioni di accoglienza vera, laica, autogestita che sappiano sganciarsi dal monopolio dell'associazionismo cattolico o più generalmente religioso che - al di là di quelle rispettabili eccezioni in cui l'accoglienza viene praticata nella trasparenza e nella correttezza - spesso risulta legato a doppio filo nella gestione degli stessi lager di Stato (vedi Caritas e affini)? 


Antonio Rampolla  Alberto La Via    ________________________


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