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Forum sociale mediterraneo: il primo seminario
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Anna Schiavoni
16 giugno 2005
L'avvio del Primo social forum mediterraneo, a Barcellona, non
prevede cerimonie di apertura.
Si comincia subito con le discussioni e i seminari, naturalmente
ancora poco affollati. I seminari saranno oltre 200, dal conflitto
in Medio Oriente alla direttiva Bolkstein, dalla guerra in Iraq
ai diritti delle donne in Algeria, dalla libertà di stampa
al ruolo dei movimenti: Ancora nulla sui numeri ufficiali, si conosceranno
nelle prossime ore. Probabilmente solo la metà dei 350 delegati
del Marocco riuscirà ad arrivare a Barcellona mentre un rappresentante
della Siria, il professore universitario Sadamah Kaileh che doveva
partecipare a una conferenza sabato, è stato trattenuto nel
suo paese dalla polizia. E ancora: uno dei 60 delegati dalla Palestina
è stato arrestato tre giorni fa mentre la delegazione giordana
è stata ridotta da 25 a 15 persone.
Il primo incontro che abbiamo seguito centra uno dei problemi cruciali
nell'area mediterranea, quello sul rapporto tra religione, cultura,
politica e conflitti. "Lo stato non è una necessità
religiosa, ma della società: non può quindi essere
l'Islam a legittimare il potere statuale". E' una delle più
interessanti affermazioni uscite dal dibattito sulle proposte, progetti
e alternative dei movimenti sociali del Mediterraneo. Si è
trattato in realtà di un dibattito tutto maghrebino, tra
marocchini e tunisini.
Tutti - esponenti non di movimenti religiosi ma di "movimenti
sociali con una lettura dell'Islam" - d'accordo sul fatto che
bisogna "liberare l'Islam dall'interpretazione liberale che
ne fa un contesto necessariamente oppressivo", ma d'accordo
anche che non si può rifiutare in blocco tutto l'Occidente,
prima di tutto perché non e uno solo, ma tanti, e poi perché
esprime si colonialismo, ma anche umanesimo: basta guardare all'ampiezza
dei movimenti pacifisti in Europa.
Di cause del fiorire dei movimenti islamici ne sono state citate
tante, dalla modernizzazione imposta dall'alto alle continue crisi
economiche che spingono a cercare di difendersi arroccandosi nella
valorizzazione delle proprie radici, fino alle "manovre dall'estero",
e si intende soprattutto [senza citarla] l'Arabia Saudita.
Tutti d'accordo anche sul fatto che la lettura del Corano sia influenzata
sempre dal contesto sociale e che occorra quindi "liberare
i musulmani dalla lettura autoritaria del Corano", perché
"la libertà è anche libertà di scegliere
la religione, e quindi viene prima di essa". Ma il vero punto
oscuro è la questione femminile: non a caso quasi tutti i
movimenti islamici hanno un rapporto diffiicile con i movimenti
di base proprio sulla questione dei diritti della persona, che vuol
dire diritti della donna. E qui le posizioni sono meno nette: se
si parla di uguaglianza come principio secondo solo alla libertà,
il terzo è pero quello della "equità tra persone
e gruppi" (ma i diritti sono uguali o equi?) e al quarto è
collocata la democrazia. L'Islam politico dunque esiste e rivendica,
tra le altre cose, il pluralismo: starà anche alle donne
musulmane esercitarlo. |
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